MARINEBIOLOGIST.IT         Dott. Viviana Esposito - Biologa Marina

 

  

Adattamenti al nuoto
Home         Indietro                                        Avanti

Adattamenti al nuoto

La conformazione dell’arto tipico, nel corso dell’evoluzione, subisce delle modifiche in base all’adattamento all’ambiente.

Da questi arrangiamenti derivano le ali degli uccelli, degli pterosauri e dei chirotteri adattati al volo, le numerose specializzazioni nella corsa e nel salto e anche nel nuoto, un genere di movimento che viene riscoperto innumerevoli volte, tra i rettili, uccelli e mammiferi.

Omologia negli arti

Nei Tetrapodi nuotatori, infatti, l’arto si ritrasforma in una pinna, nella quale ritroviamo, più o meno modificati, tutti gli elementi scheletrici tipici dell’arto convenzionale.

In alcune forme, inoltre, gli arti vengono persi del tutto e il nuoto affidato al movimento del corpo.

Adattamento più semplice può essere considerato quello tipico degli uccelli acquatici che, pur non possedendo pinne, hanno sviluppato una particolare forma di zampa, con autopodio palmato, che presenta del tessuto adiposo tra le varie dita: ciò permette una maggior spinta quando l'animale è nell'acqua. Ne sono un esempio la zampa dei pinguini o degli Anatidae.

Possiedono due coppie di pinne i Cheloni marini e i Carnivori Pinnipedi; una sola coppia, per scomparsa della posteriore, i Cetacei ed i Sirenidi. Possedevano pinne, nel passato, varie forme di Rettili acquatici, ben specializzate, soprattutto gli Ittiosauri e i Plesiosauri.

In tutti questi gruppi lo scheletro della pinna presenta delle notevoli convergenze evolutive. La forma a pala di remo è ottenuta mediante accorciamento dello stilo podio e zeugopodio e grazie alla polidattilia e alla polifalangia. In alcuni casi anche la sindattilia, fusione di due o più dita. I vari pezzi scheletrici inoltre, perdono mobilità, gli uni rispetto agli altri.

Nei Pinnipedi e nei Sireni lo scheletro è mediocremente modificato; il gomito, e nei Pinnipedi anche il ginocchio, sono ancora diartrosici, il carpo ed il tarso sono più o meno irrigiditi. Maggiormente specializzata è la pinna delle tartarughe marine, con ulna e radio molto accorciati, diartrosi al gomito, sindesmosi in tutte le altre ossa. Mancano la cavità articolare e la cartilagine di rivestimento, mentre i segmenti ossei, che possono essere distanziati tra loro, sono tenuti insieme da una membrana o da legamenti.

I mammiferi possono adattare gli arti che tendono ad assomigliare ad una pinna, come ad esempio nei cetacei, con funzione per lo più direzionale, la spinta al nuoto può essere data dagli arti e dal tronco (foche) o dalla coda (balene).

Il massimo adattamento lo troviamo nei Cetacei, nei Plesiosauri e negli Ittiosauri. La unica diartrosi è quella del capo omerale con la cintura, tutte le altre ossa sono unite per sindesmosi. Omero, ulna e radio sono molto corti; e sono ancora riconoscibili, ma come ossa nodulari, il radiale, l’ulnare, i carpali e i metacarpali. Le dita sono generalmente cinque, talvolta sub eguali; ma più spesso il secondo e il terzo si allungano, e l’allungamento, che talora è spettacolare, è ottenuto con l’iperfalangia, che aumenta anche la flessibilità della pinna. Nel capodoglio si contano al secondo dito tredici falangi, e nove o dieci nel terzo dito; una decina nelle dita degli Ittiosauri e Plesosauri. L’iperfalangia è fenomeno raro, ed è notevole che sia comparsa, indipendentemente nei Plesiosauri e negli Ittiosauri, che sono rettili tra loro sistematicamente piuttosto lontani, e poi tra i Mammiferi nei Cetacei, che non sono di immediata derivazione rettiliana.                        

Iperfalangia