MARINEBIOLOGIST.IT         Dott. Viviana Esposito - Biologa Marina

 

  

Introduzione alla tesi
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Sin dall’origine, gli organismi più semplici hanno avuto l’esigenza di sviluppare delle strutture che permettessero il movimento. Partendo dalle semplici estroflessioni ameboidi che creano gli organismi unicellulari, nel corso dell’evoluzione si passa rapidamente alla formazione di strutture dalla complessa anatomia che, secondo le specie, svolgono il ruolo di appendici o pinne.

Il vocabolario Treccani definisce il termine Pinna: “In zoologia, ciascuna delle appendici membranose o laminari del corpo dei pesci e di altri animali acquatici, vertebrati o invertebrati, che provvedono al movimento, contribuendo anche alla funzione stabilizzatrice della posizione dell’animale nell’acqua e avendo contemporaneamente funzione di timone.”

Tra gli invertebrati cui fa riferimento, le prime vere pinne sono osservabili nei Cefalopodi come i calamari e le seppie, buoni nuotatori. Queste sono caratterizzate da un lembo laterale, membranoso, che varia considerevolmente di forma e dimensioni. Alcune, prive di un supporto scheletrico vero e proprio, sono tuttavia rinforzate da connettivo elastico, ancorate alla conchiglia grazie a robusti legamenti.

Le pinne di un cefalopode fungono da stabilizzatori e da timone aiutando l’animale a controllare la propria posizione e direzione durante la propulsione a getto. Ciò è possibile poiché la posizione delle pinne è controllata da un sistema a doppio muscolo, con alcuni per il movimento veloce e altri per i lenti.

Pinne sono presenti anche nel Phylum dei Chaetognata. Questi organismi, predatori, buoni nuotatori, possono compiere rapidi scatti in avanti grazie alla pinna caudale, mentre le pinne laterali contribuiscono al galleggiamento. Entrambi i tipi di pinne sono formati dall’estensione laterale della sottile cuticola che riveste il corpo. Questa “membrana adibita al nuoto” non può essere tecnicamente rapportata a una vera pinna, che solitamente si riferisce a strutture dotate di muscoli e scheletro.

 Pinne estremamente specializzate sono presenti nei pesci. Queste strutture sono formate da pliche cutanee sostenute da raggi ossei o cartilaginei.

Le pinne dei pesci si suddividono in impari o mediane (una o più dorsali, una caudale e una o due anali) e pari (pettorali e ventrali). In alcune specie come nei salmoniformi, cipriniformi e siluriformi, si sviluppa anche una pinna molle e priva di raggi, chiamata pinna adiposa, che ha la funzione di aumentare la stabilità durante gli spostamenti orizzontali.

Nel corso dell’evoluzione le pinne si sono specializzate assumendo forme e funzioni molto diverse, addirittura adattandosi a sostenere il peso del corpo fuori dall’acqua. Da queste strutture modificate originarono gli arti dei tetrapodi.

Alcuni tra questi, hanno avuto l’esigenza di ritornare in acqua, rielaborando, con struttura ormai diversa, pinne adatte al nuoto. Animali secondariamente adattati alla vita in acqua, infatti, presentano un arto modificato, impropriamente definito pinna, la cui anatomia però è completamente differente da quella dei pesci. È il caso di rettili, uccelli e mammiferi marini.

Per la Treccani il termine pinna assume quindi un significato secondario: “Per analogia, nome dato a formazioni simili alle pinne dei pesci, ma di origine e costituzione anatomica completamente diverse, come gli arti delle tartarughe marine, o le pieghe cutanee senza scheletro proprio, ripiene di grasso e di connettivo fibroso, dei cetacei e dei sireni.”